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mercoledì, Febbraio 1, 2023

Arrivano i tempi della recessione tra inflazione, disoccupazione e debito pubblico

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Se la recessione dovuta alla pandemia Covid-19 ha avuto una durata relativamente breve per l’intervento della Banca Centrale facendo riassorbire i tassi, quella annunciata dagli analisti in tutti i mercati azionari del mondo, potrebbe durare molto più a lungo e a partire da questo ultimo trimestre del 2022 per protrarsi per tutto il 2023. Escluse materie prime e oro, già il primo semestre del 2022 si era chiuso con i rendimenti negativi di tutti gli indici: il Nasdaq 100 ha perso il 29%, S&P circa il 20%, in Europa l’Euro Stoxx il 17%, prevedendo così il rallentamento economico e l’aumento dell’inflazione con la Germania 7,16%, Italia 8%, Belgio 9,6%, Spagna 10%. Lo aveva preannunciato la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde a giugno scorso che i tempi futuri non sarebbero stati poi così rosei: “Non penso che torneremo al contesto di bassa inflazione che c’era prima della pandemia, gli shock che abbiamo vissuto hanno cambiato in modo radicale il quadro economico e geopolitico”. In questo contesto prende corpo il timore che l’aumento dei tassi, con l’abbassamento del costo del denaro da parte delle Banche Centrali, si possa mandare l’economia in recessione. Mettiamo pure che secondo il FMI, entro fine 2022 il debito pubblico italiano raggiungerà il 148% del reddito nazionale preoccupando anche Francia e Spagna nel ribasso, e che potrebbero insieme portare alla recessione l’intera Europa. Stando a dati Amundi, invece, le previsioni del PIL globale 2023 scendono dal +3,1% al +2,7%, con stime di crescita per il consenso del mercato a +2,2%, ma riviste probabilmente a ribasso entro fine anno. Lo scenario non è migliore in America con il tasso di inflazione all’8% e con i dati di fine giugno che hanno messo in evidenza una reale diminuzione dei consumi, mentre, a parte quello cinese, i PMI globali (Product Purchase Managers Index), sono nettamente in discesa,  e questo perché le aziende e imprese con un maggiore quantitativo di scorte, sarebbero costrette a svendere per la minor presenza di ordini. In tal senso, a preoccupare non sarebbe l’inflazione ma il rischio recessione. Se da un lato il mercato americano è sempre riuscito a resistere all’aumento dei tassi, dall’altro la FED (Federal Reserve Bank), con la politica aggressiva per debellare l’inflazione, si prenderebbe il suo tempo perché sono processi che lo richiederanno, tessendo le trame di una disoccupazione che la vede al 3,8%, e una contrazione del PIL del 2,5% e degli utili societari attorno al 13%. Del resto, dati statistici indicano che nelle recessioni del 2000-2004 e della Grande Crisi Finanziaria 2007-2009, per recuperare le perdite dei crolli dei mercati, ci vollero ben quasi tre anni. A differenza degli Stati Uniti, l’imminente recessione europea non sarà causata dall’inflazione interna e dall’aumento dei tassi di interesse. Ma già il pesante calo della produzione può benissimo essere imputato all’aumento sconsiderato dei costi energetici legati alla guerra in Ucraina. Rispetto agli Stati Uniti e all’Eurozona, il Regno Unito, anche se costretto a sostenere i prezzi elevati dell’energia in Europa, si colloca a metà strada dato che la crescita economica si è dimostrata più solida negli ultimi tempi.
Rosalba Pipitone

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