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lunedì, Maggio 16, 2022

Dopo “Ich bin ein Berliner”, “We are Ukrainians”

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“Ich bin ein Berliner”: io sono berlinese. Questa frase fu pronunciata quasi sei decenni fa da John Fitzgerald Kennedy: era l’estate del 1963 e il presidente degli Stati Uniti si trovava in visita ufficiale a Berlino Ovest, di fatto un’enclave della Germania Occidentale in mezzo al territorio controllato dai sovietici. Questa sequenza di quattro parole si trasformò ben presto in una delle affermazioni più celebri e iconiche di JFK che, appena cinque mesi più tardi, sarebbe stato assassinato con un colpo di fucile alla testa sulle strade di Dallas, in Texas.Quando Kennedy arrivò in terra tedesca, il muro di Berlino esisteva da poco. La visita e il discorso puntavano proprio a ribadire l’impegno americano nei confronti di Berlino Ovest, dove buona parte della popolazione viveva nel timore di un’imminente invasione. “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire civis romanus sum. Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire Ich bin ein Berliner. Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner”. Parole che restarono e restano nella storia. L’Occidente ad oggi non è  Kiev. Forse il dubbio che il sacrificio dell’Ucraina fosse necessario ha pervaso le coscienze degli abitanti europei. Il disegno del nuovo zar è ristabilire un’egemonia nella regione per deliri narcisisti e a difesa dall’influenza della  Nato. In attesa che le sanzioni economiche diventino efficaci, la diplomazia produca risultati e l’appello di Zelensky al congresso americano, a cui ha ricordato Pearl Harbor e l’11 Settembe, sortisca effetti, la storia chiede al mondo occiduo d’urlare “ми не українці”: noi siamo ucraini.
Vittorio Alfieri

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