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giovedì, Dicembre 1, 2022

Sistema Siracusa, tra condanne e colpi di scena

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Il colpo di scena era nell’aria, quando il ricorso su Calafiore aprì allora un nuovo scenario su Denis Verdini che secondo l’accusa avrebbe intascato 400 mila euro dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore per finanziamento illecito ai partiti finendo sotto processo, istruito dalla Procura guidata da Maurizio De Lucia, da cui scaturiscono le condanne inflitte dal Tribunale di Messina ai nove imputati: due anni per Denis Verdini ex senatore di Forza Italia, prima imputato di illecito finanziamento ai partiti, reato riqualificato in concorso in corruzione; 6 anni e due mesi per l’avvocato Fabrizio Centofanti; 6 anni e due mesi per Vincenzo Naso; 6 anni e due mesi per Giuseppe Mineo, ex giudice del Consiglio di Giustizia amministrativa della Sicilia; 6 anni e tre mesi per Gianluca De Micheli; 6 anni e cinque mesi per Salvatore Maria Pace; 6 anni e nove mesi per Mauro Verace; 7 anni per Alessandro Ferraro; 1 anno e sei mesi Giuseppe Guastella. Il “Sistema Siracusa”, la rete di corruzione originata al Tribunale siracusano e che è passata per le Procure di Milano, Roma, Trani, per la CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Sicilia) e per il Consiglio di Stato, ebbe come artefici gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore che, collaborando con la giustizia, resero dichiarazioni che permisero di istruire nuove indagini ottenendo 1 anno e due mesi di patteggiamento per Amara, e 11 mesi per Calafiore. Ma sul patteggiamento di “Escobar”, appellativo di Calafiore, intervennero il Sostituto Procuratore di Messina Felice Lima che lo impugnò definendo l’accordo un “oltraggio alla giustizia”, e il Procuratore Generale Vincenzo Barbaro che aveva inviato ai giudici supremi i motivi aggiuntivi sul ricorso firmato successivamente dal Sostituto Procuratore Generale Santi Cutroneo che parla di “una delle più gravi ed estese corruzioni sistemiche mai realizzate in Italia”. Il ricorso  di Lima e Barbaro venne accolto dalla Cassazione nel maggio del 2021, spiegando che dagli atti della Procura di Messina emerge il “rapporto sinallagmatico e a un fatto corruttivo” tra gli imputati, e che “Verdini avrebbe ricevuto denaro per compiere una serie di condotte che avevano la loro giustificazione causale nei voleri di Amara e Calafiore, e che erano corrispettive alla dazione”. “Non un finanziamento illecito –scrivono i giudici supremi- ma un’azione finalizzata a un ‘facere’ da parte del pubblico agente (Verdini, nda)”.
Il fatto assunto, scrivono i giudici supremi, non poteva essere assunto nel finanziamento illecito ai partiti e la Cassazione dispose la trasmissione degli atti al gip di Messina. E arrivano i colpi di scena. Nell’udienza preliminare del 25 maggio 2021, Calafiore patteggia ancora una volta per gli stessi reati a 10 mesi e quattro giorni. “Ritiene questo decidente –a parlare è la gup Ornella Pastore- che debba ritenersi corretta la qualificazione del reato (…), non essendo peraltro vincolanti le considerazioni contenute nella sentenza di annullamento”. Trattandosi di annullamento senza rinvio “non può ritenersi sussistente l’obbligo –continua la gup- di uniformarsi al principio enunciato dalla Suprema Corte che in ogni caso non ha indicato compiutamente l’ipotesi di reato ravvisabile nel caso di specie”. A queste parole della gup, passa poco meno di un mese che il 15 giugno, il pg Santi Cutroneo impugna per la seconda volta il patteggiamento di Calafiore ben spiegando che la Corte Suprema aveva deciso che la qualificazione come finanziamento illecito ai partiti era illegittima annullando la sentenza del gup di Messina, e pronunciato senza rinvio, perché nello schema dell’udienza preliminare, il patteggiamento è un rito alternativo a quello ordinario. “Praticando quel rito in maniera illegittima –dice Cutroneo- il gup avrebbe dovuto rigettare la richiesta di patteggiamento e, non avendolo fatto, lo ha fatto in sua vece la Corte Suprema, spiegando nella motivazione che, nel patteggiamento, al giudice non è consentito modificare senza consenso delle parti la qualificazione del reato”. Di fatto, tra un botta e risposta e l’altro, nei veleni dell’inchiesta “Sistema Siracusa” che hanno visto al centro e artefici i due avvocati Amara e Calafiore che per anni avrebbero pilotato indagini e fascicoli per avvantaggiare loro clienti imponenti come i costruttori siracusani Frontino, si arriva alla svolta: le condanne.

Rosalba Pipitone

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