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mercoledì, Giugno 19, 2024

Influencers, la predizione e il monito di The Truman Show

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Correva l’anno 1998 e nelle sale cinematografiche veniva proiettato The Truman Show, diretto da Peter Weir che prendeva spunto dagli altrettanti straordinari Time Out of Joint (Tempo fuor di sesto, 1959 la prima edizione italiana) di Philip Dick, e dalla serie fantascientifica del 1985 Ai confini della realtà di Rod Serling.

Truman Burbank, interpretato da un iconico e strabiliante Jim Carrey, non sa di vivere dalla nascita sotto una campana di vetro una vita non sua e si sveglia ogni mattina in un mondo artificiale, artefatto, costruitogli ad hoc; Truman non sa che sta recitando in una serie televisiva e viene ripreso continuamente H24 dalle telecamere.

Tutte le persone attorno a Truman sono comparse che recitano una parte tenendolo prigioniero per far crescere l’audience, persino la moglie e il suo migliore amico sono attori; la sua vita è gestita dal regista e produttore Christof.

La finta moglie di Truman, quando prepara la colazione, mette in mostra i prodotti usati per farne subliminali spot pubblicitari e tutti i telespettatori corrono a comprare i cereali che Truman consuma.

Ma se nel 1998 Peter Weir siglava uno di quei film che allora appariva disturbante, distopico, oggi, nel 2023, The Truman Show rappresenta una predizione compiuta, specie per la massa conformista che non attende altro che cliché, stereotipi e indicazioni altrui per stare al mondo costruendolo inconsapevolmente, a propria insaputa, a suon di algoritmi e cookie dei giganti di Silicon Valley e di Mountain View e del mondo degli influencers, vittime a loro volta di un sistema anche quello creato ad hoc per loro e di un esasperato voyeurismo, irresistibile, incontrollabile, inarrestabile, feticista.

Secondo il rapporto We Are Social della Digital 2022 Global Overview Report, 51 mln di italiani, 8 su 10, sono connessi online a servizi digitali, 43 mln il numero di persone –la quasi totalità su base 51 mln- che usa i social media passando da Facebook a Instagram, alle chat di Whatsapp, Tik Tok, Telegram, You Tube, Amazon, Twitter e chi più ne ha, più ne metta.

Rispetto al rapporto del 2021, i numeri hanno subito un incremento dell’1,7%, numeri alla mercé di un mondo indifferente nella sua surreale dedizione e venerazione alla connessione Internet che non ha pietà per la naturalezza, le imperfezioni, l’originalità, secondo i canoni dell’innaturale bellezza dettati dagli stereotipi del Web: è il mondo, e non solo, di Instagram, il social del perfetto selfie dove d’obbligo è il fotoritocco, e secondo una ricerca della Royal Society for Public Healt, su 1.500 giovani del Regno Unito tra i 14 e 24 anni, si evince che è proprio Instagram il social più narcisista e pericoloso per salute mentale perché influisce negativamente sull’accettazione del proprio aspetto e sulla qualità del sonno.

E intanto il giro d’affari degli influencers, opinion leaders che sposano il culto della personalità facendone uno stile di vita e intermediando tra produttori e consumatori, potrebbe raggiungere i 348 mln di euro entro la fine del 2023, con strategie di marketing che impongono obiettivi nel propinare auto di lusso, borse griffate, vestiario, oggettistica, alimenti e altro ancora per quello che riguarda tutto ciò che è commercializzabile –persino il linguaggio- e che rappresenta fonte di guadagno, perché le multinazionali amano i social media facendoli passare attraverso gli occhi filtrati degli influencers che creano tendenze –sempre di mercato, aggiungeremmo.

Sebbene Truman Burbank, estromesso e espropriato dalla propria vita, riuscirà a impossessarsene rifiutando fama e gloria, occorre tener presente che nelle pellicole cinematografiche, i finali sono molto spesso a lieto fine e per chi non appartiene alla generazione Millenial, i numeri in crescita appaiono pressoché drammatici.

E se questa realtà la si rifiuta, The Truman Show insegna che si fa ben presto a cambiare canale per cercare l’Eden più congeniale.

Rosalba Pipitone

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